venerdì 3 febbraio 2017

Come leggere una sceneggiatura per fumetti, prima di scrivere a caso

Per imparare a scrivere fumetti bisogna leggere un sacco di fumetti. E bisogna leggere un sacco di sceneggiature per fumetti. Ma come si legge una sceneggiatura per fumetti? 

Una domanda lecita e ovvia, ma che non mi era mai venuta in mente. Per fortuna un paio di persone che seguono la mia newsletter me lo hanno chiesto dopo aver letto la sceneggiatura di una storia breve che ho spedito loro. Non avevo pensato che per alcuni potesse essere la prima occasione di leggere una sceneggiatura per fumetti. 

Per ovviare al problema ho scritto una tavola auotoconclusiva e ho inserito nel testo la spiegazione dei termini usati, della formattazione e di cosa indicano i vari paragrafi. La trovate qua sotto come immagine, e qui come pdf da scaricare. 



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Spero sia chiara, sottolineando che nel fumetto non esiste un unico modo di formattare il testo di una sceneggiatura, ma ne trovate dei più disparati. Quello che uso io è quello che, con minime variazioni, mi è stato insegnato lavorando nel mercato italiano. Però, ripeto, non è l'unico. Inoltre qui sotto trovate una guida minima alla terminologia usata per indicare inquadrature e piani.

Come sopra, prendete questa mini-guida non come LaVeritàAssoluta™, ma solo come una... guida, giusto per farsi un'idea di come funziona e avere una base da cui partire per approfondire.

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Spero possano tornarvi utili. In ogni caso se volete sceneggiare fumetti vi invito a provare i metodi in cui incappate ma ad adattarli poi al vostro stile, sia di scrittura che organizzativo.



martedì 10 gennaio 2017

Ho seguito un workshop di Brandon Sanderson perché non mi piace come scrive

Ho letto un solo romanzo scritto da Brandon Sanderson, il primo capitolo della saga Mistborn intitolato The Final Empire. Non mi è piaciuto. Quindi mi sono iscritto a uno suo workshop. Per farla brevissima e dirla all'inglese, il suo romanzo non è la mia tazza di tea. Nonostante le idee e gli spunti, che trovo molto interessanti, il modo di scrivere di Sanderson è parecchio distante da quello che mi piace leggere. Che è il motivo per cui mi sono iscritto al workshop. Ed è stato molto stimolante.


Brandon Sanderson non sta fermo un secondo quando spiega
Tra le varie idee che ha lanciato durante l'incontro di due ore, tenutosi a Lucca Comics And Games, ho trovato interessante il suo dividere gli scrittori, in linea di massima, in "giardinieri" e "architetti". Per giardiniere intende quelli che preferiscono scoprire in maniera un po' pellegrina le storie e i personaggi di cui scrivono, come ad esempio Stephen King. Per architetto intende quelli che preferiscono costruire passo passo la storia e i personaggi seguendo metodi bene o male codificati, come Orson Scott Card. O, come dice lui per primo, Sanderson stesso. Leggendo Mistborn la cosa mi pare evidente, come evidente è la sua passione per i GDR, i giochi in genere, l'essere un Master di gioco e avere una visione molto "regolamentata" della narrazione.

Non è detto che essere giardiniere o architetto sia una condanna a vita e, anzi, Brandon dice che per evitare di rimanere troppo incappucciati in un solo modo di scrivere, può essere un'ottima idea tentare un po' tutte e due gli approcci. Ad esempio dice di trovarsi bene con il cappuccio da architetto quando si tratta di creare la trama e il world buliding, ma pensa sia meglio diventare un po' giardinieri nel momento in cui si lavora ai personaggi. Questo perché, secondo lui, i personaggi spesso dettano la trama e non è raro che un'idea per cambiare la trama, o magari far nascere una sottotrama, possa nascere da qualche rimuginamento su di un personaggio.

Copertina di Sam Green
A proposito di sottotrame: per tenere le cose sotto controllo e rendersi conto se nei suoi romanzi ci sono un numero di sottotrame che lui reputa giusto, e soprattutto utile alla riuscita del romanzo, Sanderson usa una lista che le rubrica a seconda del tipo. Alcune sono:

mistery
relationship
adventure
issue
horror
idea

e altre che possono, o non possono, entrare nella storia. Perché il punto di costruire la trama e i personaggi è proprio quello di fare scelte precise che aiutino la storia, non buttare dentro cose a caso e andare per accumulo tanto per. I metodi servono proprio a questo: darsi modo di chiarirsi le idee e rendersi conto di che si scrive e come.

Uno dei modi che usa per tenere traccia delle sottotrame e vedere come si intersecano tra loro è quello dei bracket. Io, per chiarirmi le idee, ho tradotto bracket come parentesi perché il principio mi pare chiaro: se apro la sottotrama A, poi la B e poi la C, non sono obbligato a chiuderle per forza in sequenza C, B e poi A. Posso benissimo, dopo aver aperto A, B e C, chiudere B, poi A e poi C, o altre combinazioni che trovo utili. L'importante è ricordarsi di chiudere le parentesi, che poi entra freddo e le cose si raffreddano.

Copertina di Jon Foster
Al di là dei vari tecnicismi mi sono piaciute due frasi di Sanderson:

"It's okay to suck!", soprattutto agli inizi, soprattutto alla prima stesura.

"Figure out what works for you!", che è un po' una buona sintesi di quello che mi spinge a seguire workshop di scrittura nonostante scriva per lavoro da qualche tempo: quando si ha la fortuna di sentire uno bravo a spiegarsi, si finisce sempre per imparare qualcosa. 

Anche quando uno scrive in un modo che non mi piace, e lavora utilizzando metodi che io non trovo utili: sentire le sue ragioni del perché attua certe scelte mi costringe a trovare dei buoni motivi del perché io non le trovo utili o efficaci. Un esercizio mentale che mi aiuta a non dare per scontate certe mie scelte e a metterle in discussione, magari rifinendole e migliorandole nel tempo.

Se non mi piace come scrive, Sanderson mi pare invece uno molto bravo a spiegarsi e a tenere cattedra, che non è cosa scontata: immagino tutti noi si abbia almeno un ricordo di professore competente ma noiosissimo da sentire. Brandon invece è stato chiaro, conciso, brillante e si è sforzato di essere comprensibile pur parlando solo inglese e non utilizzando traduttore. Ha inoltre risposto a diverse domande degli studenti inserendo le risposte in maniera organica nel discorso generale, e ha consigliato alcuni libri da leggere sia per divertimento che per vedere esempi pratici di quanto discusso. In un incontro di due ore si può parlare di scrittura solo fino a un certo punto, ma è stato secondo me bravo a sfruttare il tempo in maniera utile e lasciare la voglia di approfondire diversi spunti. Tanto che nei mesi successi al workshop mi sono anche guardato un paio di sue lecture che trovate su youtube (una è qui, ma ravanate che se ne trovano altre), interessanti pure loro.

Insomma, l'idea di leggere un altro suo romanzo mi attira molto poco ma la noia provata dalla lettura di Mistborn è stata ampiamente ripagata da una lezione stimolante e ben fatta.

domenica 4 dicembre 2016

Appunti dai tavolini di un bar, una newsletter dal futuro precario

Da qualche settimana ho messo in piedi una newsletter, si intitola Appunti dai tavolini di un bar. Vi potete iscrivere andando a questo indirizzo:


e per farvi un'idea dei contenuti, potete leggere l'archivio a questo indirizzo:


L'idea dietro la newsletter è quella di parlare di cose che mi interessano, che mi divertono e del mio lavoro. Sia di cose su cui sto lavorando al momento, sia di vaghe idee su progetti a venire, sia di metodo di lavoro. In più ho deciso di raccontare in "diretta" la lavorazione di uno degli svariati spunti che ho negli appunti. In ogni mail quindi vi faccio vedere i vari passaggi dallo spunto iniziale fino alla sceneggiatura completa, passando per soggetto, layout e cose così. Dato che io per primo trovo interessante vedere come lavorano gli sceneggiatori, gli scrittori e i fumettisti in genere, ho pensato che magari può essere curioso seguire i lavori su di una storia ancora in costruzione. Insomma, potrete fare gli anziani che guardano un cantiere di lavoro, comodamente seduti dove più vi aggrada.

Dovendo mostrare queste fasi a sconosciuti sono costretto a essere più chiaro nell'esposizione di quanto lo sarei se leggessi solo io i miei appunti, quindi si tratta di un modo di lavorare per me nuovo. Magari imparo qualcosa nel mentre o, alla peggio, mi costringo a non dare per scontate certe mie scelte, che evitare di usare il pilota automatico quando si scrive è sempre un vantaggio.

Cercherò di mandare una mail a settimana. Quante settimane vivrà la newsletter è già argomento di dibattito e causa di scommesse. Per ora vediamo di mangiare il panettone, poi si vedrà.


giovedì 14 aprile 2016

"...e il 21 marzo ad Acapulco, Iris fa il suo ultimo tuffo." Tavole a fumetti - Tyler Cross - Angola - di Fabien Nury e Bruno

Ogni tanto incappo in tavole a fumetti che per vari motivi mi piacciono parecchio. Quando mi ricordo, le piazzo qua sul blog.

La tavola precedente si chiude con la didascalia "...e il 21 marzo ad Acapulco, Iris fa il suo ultimo tuffo."


Tratta da Tyler Cross: Angola. Di Fabien Nury e Bruno. Edito in Italia da Editoriale Aurea su Skorpio N° 2041

martedì 29 marzo 2016

Il giudice e il suo boia - Friedrich Dürrenmatt

Il pastore tossì. Una volta. Poi più volte. Allora i bassi, i tromboni, i corni da caccia, le cornette, i fagotti presero a mugghiare, fieri e solenni, lampi dorati nelle fiumane della pioggia; poi anch'essi vennero sommersi, spazzati via, si arresero. Tutti si rintanarono sotto gli ombrelli, sotto i cappotti. Pioveva sempre più forte. Le scarpe affondavano nella melma, l'acqua scendeva a ruscelli nella fossa vuota. Lutz fece un inchino e qualche passo avanti. Guardò la bara grondante, s'inchinò di nuovo.
«Uomini» disse da qualche parte nella pioggia, con tono quasi impercettibile attraverso le cortine d'acqua: «Uomini, il nostro collega Schmied non è più.» Lo interruppe un canto selvaggio, urlato a squarciagola:

S'aggira Belzebù,
s'aggira, Belzebù,
e giovani e vecchi
li fa tutti secchi.

Due tizi in frac avanzavano barcollando attraverso il cimitero. Senza cappotto né ombrello, alla mercé della pioggia. I vestiti gli s'incollavano addosso. Dal cappello a cilindro l'acqua scorreva loro sul viso. Reggevano un'enorme corona d'alloro, il cui nastro pendulo strisciava al suolo. Due individui giganteschi, brutali, due energumeni in frac, ubriachi marci: sempre sul punto di cadere, non inciampavano mai allo stesso momento, e riuscivano ad aggrapparsi ogni volta alla corona d'alloro, che beccheggiava come una nave sul mare in burrasca. Attaccarono una nuova canzone:

La mugnaia, il marito l'è crepato,
la mugnaia l'è viva, l'è viva,
la mugnaia il garzone l'ha sposato,
la mugnaia l'è viva, l'è viva.

Si precipitarono sulle persone raccolte attorno alla bara, gettandosi in mezzo a loro, fra la signora Schonler e Tschanz, senza che nessuno glielo impedisse, tutti come impietriti; e già i due se ne andavano barcolloni sull'erba fradicia, sostenendosi e avvinghiandosi l'uno all'altro, cadendo sui tumuli, rovesciano croci, in preda a una sbornia gigantesca. La loro cantilena smoriva nella pioggia, orni cosa tornava a ricomporsi.

Tutto passa,
tutto se ne va!

furono le ultime parole percepibili. Era rimasta solo la corona, gettata sopra la bara - e sul nastro sporco si leggeva, tra le sbavature: «Al nostro caro dottor Prantl». Ma quando la gente intorno alla fossa si riprese dallo sconcerto e volle manifestare la propria indignazione per l'accaduto, quando la banda, per salvare la solennità dell'ora, ricominciò a suonare disperatamente, la pioggia, sferzando le piante di tasso, si trasformò in un tale uragano che tutti fuggirono via dalla tomba, dove rimasero soltanto i becchini - neri spaventapasseri nel mugghiare del vento, negli scrosci del nubifragio -, solo desiderosi di calare finalmente la bara. 



Tratto da: Il giudice e il suo boia - Friedrich Dürrenmatt - Adelphi


giovedì 24 dicembre 2015

Non è come la scrivi tu, è come la disegnano loro. Working Methods è un bel dietro le quinte del fare fumetti.

Se la stessa sceneggiatura viene assegnata a disegnatori diversi, il risultato cambia. Anche parecchio.


Sento dalle retrovie un sonoro “Graziarcazzo!”. Concordo, però non si nasce tutti imparati. Inoltre non è nemmeno scontato che tutti i  lettori di fumetto sappiano di preciso quali sono e come sono definiti i ruoli di sceneggiatore e disegnatore. 

Se la storia, di norma, la decide lo sceneggiatore, così come i dialoghi, quando si tratta di dover decidere la “regia” della storia, spezzare il tempo nelle singole vignette, decidere come montarle nella singola pagina, quanto è farina del sacco dello sceneggiatore, e quanto del disegnatore?

La risposta più banale e sincera è: dipende. Dal team creativo, dalla serie, dalla casa editrice, da diktat editoriali e da un sacco di altri fattori. Proprio questa varietà di variabilità rende ogni storia un caso a se e la sua analisi potenzialmente interessante. Analisi che a posteriori può far credere che determinate scelte siano frutto, per dire, dello sceneggiatore, prendendo magari una cantonata che allo stesso tempo fuorvia l’analisi e non paga il giusto tributo al disegnatore.


Questo pippotto introduttivo per spiegarvi come mai abbia comprato e divorato Working Methods, un volume che raccoglie tre sceneggiature brevissime ( 3 pagine l’una) disegnate da un totale di 8 disegnatori diversi. Una sorta di making-of/intervista/commento ideato da John Lowe (autore anche di una delle tre sceneggiature), che ha raccolto le impressioni dei vari artisti andando a chiedere loro in che modo hanno affrontato i testi, dai primi bozzetti alla tavola ultimata, passando per layout, chine, documentazione e tutto il resto.

Se le domande sulla tecnica di disegno pura, l’uso dei materiali e delle tecnologie può incuriosire di più i disegnatori, per quanto mi riguarda l’affare si fa interessante quando i vari artisti spiegano come mai hanno deciso di prendere la sceneggiatura come una traccia su cui lavorare, e non come un libretto di istruzioni da seguire a menadito. 

Potrei tirarla per le lunghe ma credo sia più utile, e più chiaro, mettere direttamente una sceneggiatura e le corrispondenti tavole disegnate da 3 autori. Le trovate in fondo al post.


La sceneggiatura è di Mark Kneece, mentre al tavolo di disegno ci sono Mark Schultz, Kelsey Shennon e Mark Brunner. A colpo d’occhio si nota come la differenza macroscopica tra i tre sia la scelta della gabbia. Schultz ha optato per una gabbia rigida, metodica, a sei vignette tutte più o meno uguali, mentre gli altri due hanno scelto quella più libera in cui le dimensioni e la posizione variano secondo scelte ben precise per determinare il ritmo della storia.

Chi ha fatto la scelta migliore? Ma c’è una scelta migliore, a priori?

Se la gabbia è uno strumento macroscopico nell’arsenale dei fumettisti, tutto quanto viene messo al suo interno (e quanto viene scelto di lasciare fuori all’immaginazione del lettore) diventa per quanto piccolo un mezzo per raccontare al meglio la storia.

Paragonando le tre storie si possono notare certe interessanti discrepanze non tanto tra di loro (come è ovvio aspettarsi), ma tra il disegno e la sceneggiatura. C’è chi ha cercato di essere molto fedele al testo, chi ha preferito eliminare vignette ideate dallo sceneggiatore, chi invece spezzarne alcune. Le inquadrature differiscono spesso da quanto richiesto: i disegnatori ci hanno visto giusto quando hanno preferito allargare il campo visivo del lettore, o era meglio seguire l’intuizione dello sceneggiatore?


E tra un disegnatore e l’altro notate chi abbia deciso di sfruttare maggiormente le luci per guidare l’occhio del lettore, e chi ha preferito far svolgere questo compito alla recitazione dei personaggi e al loro posizionamento all’interno delle singole vignette? E i passaggi tra una vignetta e l’altra come sono stati resi? Solo da quanto succede al loro interno, o anche da trucchi grafici che sottolineano i rapporti di causa e effetto, oltre al passare del tempo?

Un sacco di domande (ma solo alcune) che chi fa fumetti si deve porre e che vi mollo con lo scopo di incuriosirvi a ragionare su questi esempi, e magari farvi venire voglia di recuperare il volume per scoprire le ragioni dietro le scelte dei vari artisti.

Perché si tratta di un tipo di lavoro di analisi che non si trova poi così spesso in giro. Gli autori si dilungano, per fortuna, nello spiegare i ragionamenti che li hanno portati a fare certe scelte, tutti spinti in sostanza da pochi principi:

essere chiari
essere leggibili
rendere la storia interessante

e tutti sottolineano come il “bel disegno” e il “design figo” debbano lasciare lo spazio al racconto e alla chiarezza. Alcuni, inoltre, sono così onesti da notare i propri errori e scelte infelici: le interviste sono state redatte mesi dopo il completamento delle storie, dando loro modo di rileggerle con occhio fresco, e più distaccato.

Se i fumetti vi piacciono, e ancora di più se li volete fare, vi consiglio di recuperare il volume, si tratta di poco più di 170 pagine belle zeppe di osservazioni teoriche con la loro declinazione molto molto pratica. In formato cartaceo si trova a fatica e a non poco, però io l’ho comprato in versione digitale a un prezzo più che onesto. Lo trovate qua sul sito dell’editore, la TwoMorrows Publishing.





mercoledì 16 dicembre 2015

Il futuro dello Storytelling e studiare gratis senza muoversi da casa

Un paio di anni fa ho seguito un bellissimo corso dedicato allo Storytelling e alle sue varie declinazioni. A Potsdam, in Germania.

Senza però muovermi da casa.

Christina Maria Schollerer, host del corso nonché scrittrice e produttrice
Si è trattato di un MOOC, un Massive Open Online Course, cioè un corso online aperto a tutti, che ha visto la partecipazione più di 90mila studenti. Che non hanno pagato un centesimo e si sono goduti un bel po’ di contenuti multimediali.

E se ve ne parlo ora è perché ho scoperto per caso, parlandone con un paio di amici sulla necessità di aggiornarsi nel proprio lavoro di narratori, che parte del materiale si trova ancora online, sulla pagina youtube ufficiale del corso, che trovate qua

Come potete vedere scorrendo i titoli dei video, il corso parla dello storytelling in senso ampio, andando ad analizzare quelle che sono le basi del racconto e della narrazione, ma cercando di declinarle di volta in volta in situazioni specifiche e un po' fuori dall'ordinario.

Una domanda meno oziosa di quanto possa sembrare
Che differenze ci sono tra una serie pensata e scritta per il web e una per la tv? E una serie a cadenza settimanale è diversa da una a cadenza giornaliera?

Nei videogiochi lo storytelling come funziona?
La realtà aumentata che possibilità crea per uno che vuole raccontare una storia?


Sono sono solo alcuni degli svariati quesiti interessanti a cui il corso cerca non tanto di dare risposte precise per ogni singolo caso, ma preferisce offrire allo studente parecchi strumenti per poter, volendo, approfondire il discorso con ricerche personali. Una serie di concetti che possono essere usati come bussola per muoversi nei vari ambiti. In questo le interviste a un gruppo eterogeneo di storyteller sono un’ottima aggiunta, con l'analisi di esempi precisi che vengono smontati per mostrare i vari modi in cui il racconto può mutare a seconda delle necessità creative o produttive.

E, come ogni corso che si rispetti, viene suggerita una bibliografia per approfondire i temi affrontati, e venivano richiesti anche dei compiti a casa. Di nuovo, compiti diversi di settimana in settimana a seconda dell’uso che si vuole fare dello storytelling. Interessanti e fuori dal solito, come creare un personaggio da zero con tanto di profili social da far interagire, volendo, con altri personaggi inventati dagli studenti.

Insomma una roba che ho trovato parecchio curiosa e stimolante. Come dicevo sopra, molti dei video sono ancora disponibili online e continuano a essere visibili da chiunque, ed è probabile che vi troviate qualcosa di vostro interesse. 

Gratis, ripeto. Contenuti di alto livello, zeppi di informazioni e riflessioni interessanti, in una forma curata e comoda. Spero di trovarne altri e, anzi, se ne conoscete di simili fatemi un fischio.