domenica 4 dicembre 2016

Appunti dai tavolini di un bar, una newsletter dal futuro precario

Da qualche settimana ho messo in piedi una newsletter, si intitola Appunti dai tavolini di un bar. Vi potete iscrivere andando a questo indirizzo:


e per farvi un'idea dei contenuti, potete leggere l'archivio a questo indirizzo:


L'idea dietro la newsletter è quella di parlare di cose che mi interessano, che mi divertono e del mio lavoro. Sia di cose su cui sto lavorando al momento, sia di vaghe idee su progetti a venire, sia di metodo di lavoro. In più ho deciso di raccontare in "diretta" la lavorazione di uno degli svariati spunti che ho negli appunti. In ogni mail quindi vi faccio vedere i vari passaggi dallo spunto iniziale fino alla sceneggiatura completa, passando per soggetto, layout e cose così. Dato che io per primo trovo interessante vedere come lavorano gli sceneggiatori, gli scrittori e i fumettisti in genere, ho pensato che magari può essere curioso seguire i lavori su di una storia ancora in costruzione. Insomma, potrete fare gli anziani che guardano un cantiere di lavoro, comodamente seduti dove più vi aggrada.

Dovendo mostrare queste fasi a sconosciuti sono costretto a essere più chiaro nell'esposizione di quanto lo sarei se leggessi solo io i miei appunti, quindi si tratta di un modo di lavorare per me nuovo. Magari imparo qualcosa nel mentre o, alla peggio, mi costringo a non dare per scontate certe mie scelte, che evitare di usare il pilota automatico quando si scrive è sempre un vantaggio.

Cercherò di mandare una mail a settimana. Quante settimane vivrà la newsletter è già argomento di dibattito e causa di scommesse. Per ora vediamo di mangiare il panettone, poi si vedrà.


giovedì 14 aprile 2016

"...e il 21 marzo ad Acapulco, Iris fa il suo ultimo tuffo." Tavole a fumetti - Tyler Cross - Angola - di Fabien Nury e Bruno

Ogni tanto incappo in tavole a fumetti che per vari motivi mi piacciono parecchio. Quando mi ricordo, le piazzo qua sul blog.

La tavola precedente si chiude con la didascalia "...e il 21 marzo ad Acapulco, Iris fa il suo ultimo tuffo."


Tratta da Tyler Cross: Angola. Di Fabien Nury e Bruno. Edito in Italia da Editoriale Aurea su Skorpio N° 2041

martedì 29 marzo 2016

Il giudice e il suo boia - Friedrich Dürrenmatt

Il pastore tossì. Una volta. Poi più volte. Allora i bassi, i tromboni, i corni da caccia, le cornette, i fagotti presero a mugghiare, fieri e solenni, lampi dorati nelle fiumane della pioggia; poi anch'essi vennero sommersi, spazzati via, si arresero. Tutti si rintanarono sotto gli ombrelli, sotto i cappotti. Pioveva sempre più forte. Le scarpe affondavano nella melma, l'acqua scendeva a ruscelli nella fossa vuota. Lutz fece un inchino e qualche passo avanti. Guardò la bara grondante, s'inchinò di nuovo.
«Uomini» disse da qualche parte nella pioggia, con tono quasi impercettibile attraverso le cortine d'acqua: «Uomini, il nostro collega Schmied non è più.» Lo interruppe un canto selvaggio, urlato a squarciagola:

S'aggira Belzebù,
s'aggira, Belzebù,
e giovani e vecchi
li fa tutti secchi.

Due tizi in frac avanzavano barcollando attraverso il cimitero. Senza cappotto né ombrello, alla mercé della pioggia. I vestiti gli s'incollavano addosso. Dal cappello a cilindro l'acqua scorreva loro sul viso. Reggevano un'enorme corona d'alloro, il cui nastro pendulo strisciava al suolo. Due individui giganteschi, brutali, due energumeni in frac, ubriachi marci: sempre sul punto di cadere, non inciampavano mai allo stesso momento, e riuscivano ad aggrapparsi ogni volta alla corona d'alloro, che beccheggiava come una nave sul mare in burrasca. Attaccarono una nuova canzone:

La mugnaia, il marito l'è crepato,
la mugnaia l'è viva, l'è viva,
la mugnaia il garzone l'ha sposato,
la mugnaia l'è viva, l'è viva.

Si precipitarono sulle persone raccolte attorno alla bara, gettandosi in mezzo a loro, fra la signora Schonler e Tschanz, senza che nessuno glielo impedisse, tutti come impietriti; e già i due se ne andavano barcolloni sull'erba fradicia, sostenendosi e avvinghiandosi l'uno all'altro, cadendo sui tumuli, rovesciano croci, in preda a una sbornia gigantesca. La loro cantilena smoriva nella pioggia, orni cosa tornava a ricomporsi.

Tutto passa,
tutto se ne va!

furono le ultime parole percepibili. Era rimasta solo la corona, gettata sopra la bara - e sul nastro sporco si leggeva, tra le sbavature: «Al nostro caro dottor Prantl». Ma quando la gente intorno alla fossa si riprese dallo sconcerto e volle manifestare la propria indignazione per l'accaduto, quando la banda, per salvare la solennità dell'ora, ricominciò a suonare disperatamente, la pioggia, sferzando le piante di tasso, si trasformò in un tale uragano che tutti fuggirono via dalla tomba, dove rimasero soltanto i becchini - neri spaventapasseri nel mugghiare del vento, negli scrosci del nubifragio -, solo desiderosi di calare finalmente la bara. 



Tratto da: Il giudice e il suo boia - Friedrich Dürrenmatt - Adelphi


giovedì 24 dicembre 2015

Non è come la scrivi tu, è come la disegnano loro. Working Methods è un bel dietro le quinte del fare fumetti.

Se la stessa sceneggiatura viene assegnata a disegnatori diversi, il risultato cambia. Anche parecchio.


Sento dalle retrovie un sonoro “Graziarcazzo!”. Concordo, però non si nasce tutti imparati. Inoltre non è nemmeno scontato che tutti i  lettori di fumetto sappiano di preciso quali sono e come sono definiti i ruoli di sceneggiatore e disegnatore. 

Se la storia, di norma, la decide lo sceneggiatore, così come i dialoghi, quando si tratta di dover decidere la “regia” della storia, spezzare il tempo nelle singole vignette, decidere come montarle nella singola pagina, quanto è farina del sacco dello sceneggiatore, e quanto del disegnatore?

La risposta più banale e sincera è: dipende. Dal team creativo, dalla serie, dalla casa editrice, da diktat editoriali e da un sacco di altri fattori. Proprio questa varietà di variabilità rende ogni storia un caso a se e la sua analisi potenzialmente interessante. Analisi che a posteriori può far credere che determinate scelte siano frutto, per dire, dello sceneggiatore, prendendo magari una cantonata che allo stesso tempo fuorvia l’analisi e non paga il giusto tributo al disegnatore.


Questo pippotto introduttivo per spiegarvi come mai abbia comprato e divorato Working Methods, un volume che raccoglie tre sceneggiature brevissime ( 3 pagine l’una) disegnate da un totale di 8 disegnatori diversi. Una sorta di making-of/intervista/commento ideato da John Lowe (autore anche di una delle tre sceneggiature), che ha raccolto le impressioni dei vari artisti andando a chiedere loro in che modo hanno affrontato i testi, dai primi bozzetti alla tavola ultimata, passando per layout, chine, documentazione e tutto il resto.

Se le domande sulla tecnica di disegno pura, l’uso dei materiali e delle tecnologie può incuriosire di più i disegnatori, per quanto mi riguarda l’affare si fa interessante quando i vari artisti spiegano come mai hanno deciso di prendere la sceneggiatura come una traccia su cui lavorare, e non come un libretto di istruzioni da seguire a menadito. 

Potrei tirarla per le lunghe ma credo sia più utile, e più chiaro, mettere direttamente una sceneggiatura e le corrispondenti tavole disegnate da 3 autori. Le trovate in fondo al post.


La sceneggiatura è di Mark Kneece, mentre al tavolo di disegno ci sono Mark Schultz, Kelsey Shennon e Mark Brunner. A colpo d’occhio si nota come la differenza macroscopica tra i tre sia la scelta della gabbia. Schultz ha optato per una gabbia rigida, metodica, a sei vignette tutte più o meno uguali, mentre gli altri due hanno scelto quella più libera in cui le dimensioni e la posizione variano secondo scelte ben precise per determinare il ritmo della storia.

Chi ha fatto la scelta migliore? Ma c’è una scelta migliore, a priori?

Se la gabbia è uno strumento macroscopico nell’arsenale dei fumettisti, tutto quanto viene messo al suo interno (e quanto viene scelto di lasciare fuori all’immaginazione del lettore) diventa per quanto piccolo un mezzo per raccontare al meglio la storia.

Paragonando le tre storie si possono notare certe interessanti discrepanze non tanto tra di loro (come è ovvio aspettarsi), ma tra il disegno e la sceneggiatura. C’è chi ha cercato di essere molto fedele al testo, chi ha preferito eliminare vignette ideate dallo sceneggiatore, chi invece spezzarne alcune. Le inquadrature differiscono spesso da quanto richiesto: i disegnatori ci hanno visto giusto quando hanno preferito allargare il campo visivo del lettore, o era meglio seguire l’intuizione dello sceneggiatore?


E tra un disegnatore e l’altro notate chi abbia deciso di sfruttare maggiormente le luci per guidare l’occhio del lettore, e chi ha preferito far svolgere questo compito alla recitazione dei personaggi e al loro posizionamento all’interno delle singole vignette? E i passaggi tra una vignetta e l’altra come sono stati resi? Solo da quanto succede al loro interno, o anche da trucchi grafici che sottolineano i rapporti di causa e effetto, oltre al passare del tempo?

Un sacco di domande (ma solo alcune) che chi fa fumetti si deve porre e che vi mollo con lo scopo di incuriosirvi a ragionare su questi esempi, e magari farvi venire voglia di recuperare il volume per scoprire le ragioni dietro le scelte dei vari artisti.

Perché si tratta di un tipo di lavoro di analisi che non si trova poi così spesso in giro. Gli autori si dilungano, per fortuna, nello spiegare i ragionamenti che li hanno portati a fare certe scelte, tutti spinti in sostanza da pochi principi:

essere chiari
essere leggibili
rendere la storia interessante

e tutti sottolineano come il “bel disegno” e il “design figo” debbano lasciare lo spazio al racconto e alla chiarezza. Alcuni, inoltre, sono così onesti da notare i propri errori e scelte infelici: le interviste sono state redatte mesi dopo il completamento delle storie, dando loro modo di rileggerle con occhio fresco, e più distaccato.

Se i fumetti vi piacciono, e ancora di più se li volete fare, vi consiglio di recuperare il volume, si tratta di poco più di 170 pagine belle zeppe di osservazioni teoriche con la loro declinazione molto molto pratica. In formato cartaceo si trova a fatica e a non poco, però io l’ho comprato in versione digitale a un prezzo più che onesto. Lo trovate qua sul sito dell’editore, la TwoMorrows Publishing.





mercoledì 16 dicembre 2015

Il futuro dello Storytelling e studiare gratis senza muoversi da casa

Un paio di anni fa ho seguito un bellissimo corso dedicato allo Storytelling e alle sue varie declinazioni. A Potsdam, in Germania.

Senza però muovermi da casa.

Christina Maria Schollerer, host del corso nonché scrittrice e produttrice
Si è trattato di un MOOC, un Massive Open Online Course, cioè un corso online aperto a tutti, che ha visto la partecipazione più di 90mila studenti. Che non hanno pagato un centesimo e si sono goduti un bel po’ di contenuti multimediali.

E se ve ne parlo ora è perché ho scoperto per caso, parlandone con un paio di amici sulla necessità di aggiornarsi nel proprio lavoro di narratori, che parte del materiale si trova ancora online, sulla pagina youtube ufficiale del corso, che trovate qua

Come potete vedere scorrendo i titoli dei video, il corso parla dello storytelling in senso ampio, andando ad analizzare quelle che sono le basi del racconto e della narrazione, ma cercando di declinarle di volta in volta in situazioni specifiche e un po' fuori dall'ordinario.

Una domanda meno oziosa di quanto possa sembrare
Che differenze ci sono tra una serie pensata e scritta per il web e una per la tv? E una serie a cadenza settimanale è diversa da una a cadenza giornaliera?

Nei videogiochi lo storytelling come funziona?
La realtà aumentata che possibilità crea per uno che vuole raccontare una storia?


Sono sono solo alcuni degli svariati quesiti interessanti a cui il corso cerca non tanto di dare risposte precise per ogni singolo caso, ma preferisce offrire allo studente parecchi strumenti per poter, volendo, approfondire il discorso con ricerche personali. Una serie di concetti che possono essere usati come bussola per muoversi nei vari ambiti. In questo le interviste a un gruppo eterogeneo di storyteller sono un’ottima aggiunta, con l'analisi di esempi precisi che vengono smontati per mostrare i vari modi in cui il racconto può mutare a seconda delle necessità creative o produttive.

E, come ogni corso che si rispetti, viene suggerita una bibliografia per approfondire i temi affrontati, e venivano richiesti anche dei compiti a casa. Di nuovo, compiti diversi di settimana in settimana a seconda dell’uso che si vuole fare dello storytelling. Interessanti e fuori dal solito, come creare un personaggio da zero con tanto di profili social da far interagire, volendo, con altri personaggi inventati dagli studenti.

Insomma una roba che ho trovato parecchio curiosa e stimolante. Come dicevo sopra, molti dei video sono ancora disponibili online e continuano a essere visibili da chiunque, ed è probabile che vi troviate qualcosa di vostro interesse. 

Gratis, ripeto. Contenuti di alto livello, zeppi di informazioni e riflessioni interessanti, in una forma curata e comoda. Spero di trovarne altri e, anzi, se ne conoscete di simili fatemi un fischio.

mercoledì 25 novembre 2015

Wonder Woman, Fafhrd e Gray Mouser e Samuel R. Delany s'incontrano per caso

Uno degli aspetti che apprezzo del mio lavoro è la possibilità di imparare qualcosa di nuovo, anche su argomenti che magari conosco già abbastanza. Nel momento in cui devo approfondire questa o quella cosa per poterne scrivere, finisce che mi imbatto in un aspetto che magari non avevo considerato molto, o qualche aneddoto che trovo curioso. Cosa che mi è successa ad esempio scrivendo un pezzo per la Guida alla letteratura fantastica dedicato a Wonder Woman: mi sono imbattuto nella copertina del numero 202 della testata a lei dedicata, che vedete qua sotto, e, a seconda di quanto seguiate la letteratura fantasy, potreste trovarla più o meno curiosa anche voi.

Wonder Woman 202
Magari non la riconoscete ma la tipa in bianco è proprio lei, Wonder Woman, la Principessa delle Amazzoni, Diana. Siamo nel 1972 e la DC Comics, sentendo l’aria che cambia nella cultura americana, decide di rivedere la sua eroina di punta: togliamole i poteri, togliamole il costume iconico, uccidiamole l’amante e caliamola nella realtà quotidiana. Non più semi-divinità a combattere minacce sovrumane coi suoi colleghi Superman e Batman, ma la proprietaria di una boutique alla moda che nel tempo libero combatte un coacervo di cattivi, trafficanti e spie internazionali. Seguita dal mentore I Ching che l’ha istruita nelle arti marziali, Diana Prince negli anni ’70 riflette il tipo di eroina dei suoi tempi, un po’ Emma Peele nello stile, meno divina e più terrena. Non troppo, comunque se nella copertina la vediamo dalla parte sbagliata di un barbaro armato di spadone, mentre cerca di proteggere col suo corpo Catwoman. Ma chi è quel barbaro? E il tipetto sullo sfondo?

Sono rispettivamente Fafhrd e il Gray Mouser, coppia di avventurieri tra le più note agli appassionati di fantasy. Ideati da Fritz Leiber negli anni ’30, i due sono stati protagonisti di svariate storie dalla varia metratura e questa copertina determina il loro esordio nel mondo a fumetti. Non ne avevo idea; ero rimasto alla serie regolare che la DC dedicò ai due, intitolata Sword of Sorcery, e soprattutto all’adattamento sceneggiato da Howard Chaykin e disegnato da Mike Mignola, il babbo di Hellboy. L’avventura in compagnia di Diana e Catwoman funge proprio da trampolino di lancio per lanciare Sword of Sorcery, che uscirà a partire dal 1973 dalle mani, tra gli altri, di Dennis O’Neil, Chaykin, e Walt Simonson.

"Come mai Conan non le deve fare ste marchette, Fafhrd?"
Se vedere questo quartetto in copertina mi ha colpito, scoprire chi ha scritto questo albo è stata un’altra bella sorpresa: Samuel R. Delany. Autore in attività dai primissimi anni ’60 che spazia dalla sci-fi al fantasy, interessato da sempre a parlare di temi a lui cari nelle ambientazioni che più gli aggradano: linguaggio, percezione della realtà e sessualità, tra gli altri. Conosciuto soprattutto per le sue storie che approfondiscono questi temi senza lasciare nulla di intentato, può sembrare una scelta un po’ curiosa come autore per Wonder Woman. Ma come accennavo sopra era un periodo di innovazione o per lo meno in cui si tentavano strade un po’ meno battute nel fumetto di supereroi. La rivoluzione subita da Wonder Woman non è stata voluta da Delany, arrivato sulla testata a cose fatte succedendo Dennis O’Neil, ma gli dava la possibilità di lavorare su un personaggio più nelle sue corde: una donna calata nella propria realtà, costretta a confrontarsi con una società in cambiamento che vedeva, nella realtà, il ruolo della donna evolvere, mutare e cercare il proprio posto.

E Delany si offre di fare proprio questo, prendere Diana e metterla contro temi caldi dell’epoca, ma attuali in ogni tempo: sfruttamento sul lavoro, discriminazione accademica e aborto. Tutte idee che non hanno visto la luce dato che la DC Comics decise di non portare a compimento le storie di Delany a causa delle critiche che molti lettori portarono nei mesi precedenti al rinnovamento del personaggio: la nuova versione di Wonder Woman non piaceva ai vecchi fan affetti da nostalgia e attaccamento allo status quo. In particolare questa nuova versione meno mitologica di Wonder Woman venne criticata da  Gloria Steinem: togliere i poteri a Diana significava de-potenziarla, farne morire l’amante significa de-sessualizzarla, farle dismettere il costume significava farle abbandonare un simbolo che ne cancellava l'aspetto di icona femminile costruitosi nel tempo.

Con buona pace di Delany, e soprattutto mia che avrei letto volentieri quel tipo di storie, la DC decise di dare retta alle critiche dei fan, sfruttando con ogni probabilità le critiche della Steneim per legittimare il successivo ritorno alle origini. Così dopo il numero 203 che introduce la trama voluta da Delany, a partire dal 204 si torna alla classica Wonder Woman con tanto di lasso della verità.

Wonder Woman 203, scritto da Delany
Wonder Woman 204, non scritto da Delany


Ora, la storia di Wonder Woman è complessa, come lo sono le storie dei personaggi seriali, in particolare quelli che stanno in giro da più di 70 anni come lei, e questo è solo un piccolo aneddoto. I personaggi seriali mutano in continuazione, in un perenne tira e molla tra una realtà delle origini che si deve adattare alla realtà del momento attuale, una frizione che può portare cose interessanti come banalità assortite. Questo è il concetto sotteso al mio pezzo che trovate sulla Guida alla letteratura fantastica e che spero sia passato, insieme a notizie, di nuovo curiose per il sottoscritto, a proposito del suo creatore William Moulton Marston, la cui vita varrebbe di sicuro un film. La Guida la trovate in libreria, edita da Odoya, per la curia di Claudio Asciuti.


giovedì 12 novembre 2015

Conan il Barbaro, bodybuilding, doping e letteratura fantastica

“Come funziona il tuo lavoro?”

È una domanda che ogni tanto mi sento rivolgere e a cui rispondo spesso con: dipende. Per farvi un esempio, quest’anno mi sono trovato a collaborare alla Guida alla narrativa Fantastica per i tipi di Odoya, curata da Claudio Asciuti, che trovate in libreria in questi giorni. La richiesta di Claudio è stata di parlare di alcuni aspetti tipici della narrativa fantastica, nell’ambito del fumetto. Amazzoni, barbari, armi magiche, luoghi fantastici. Scimmioni. Li ho affrontati tutti e un altro paio, ma vediamone uno in particolare.

Barbari? Conan, ovvio.

No, l'altro Conan, Conan.
Meno ovvio è stato, per me, trovare una chiave di lettura che mi permettesse di parlare di uno dei personaggi più influenti, conosciuti e dibattuti della narrativa popolare. Non mi è stato d’aiuto nemmeno il fatto che pur avendo letto tutti i racconti scritti da R.E. Howard, letto parecchi fumetti e visto i film a lui dedicati, Conan non sia tra i miei personaggi preferiti. Ma scrivere per lavoro significa scrivere al di là di preferenze e simpatie. Il committente dice “Mi scrivi un pezzo su questo argomento?” e tu rispondi “Quante battute?”.

La chiave di lettura che ho scelto, e che mi ha permesso di seguire un filo conduttore nel raccontare 60 anni di Conan a fumetti, mi è venuta in mente grazie a Chris Bell.

Arnold a sinistra, Chris Bell con cappellino a destra.
Chi è Chris Bell e come si incastra con Conan e i fumetti? La risposta è semplice: Chris è un documentarista e uno dei suoi eroi è Arnold Schwarzenegger. E Arnold Scwharzenegger è diventato da 40 anni sinonimo di Conan il Barbaro, con buona pace dei filologi howardiani. S’intravede dove voglio andare a parare? Andiamo con ordine.

Nelle descrizioni di Howard, Conan viene dipinto come un uomo dalla prestanza fisica superiore ma comunque agile, svelto, sinuoso come una pantera. Muscoloso senza dubbio, ma non un gigante dalle vene pulsanti e muscoli in sovrabbondanza. E questa descrizione viene mantenuta più o meno fedele anche nei fumetti, in particolare quelli della prima ora usciti per la Marvel a partire dagli anni ’70. Sarà solo col passare dei decenni che il Conan a fumetti vedrà i propri muscoli gonfiarsi sempre più, un riflesso dell’evolversi della figura maschile nella cultura popolare che investe bene o male tutti i personaggi di fantasia. 
No, Arnold, l'altro Conan.
E qui torniamo a Chris Bell e al suo ottimo documentario intitolato Bigger, Stronger, Faster dedicato al doping. Cresciuto nel culto degli atleti del wrestling e degli eroi di azione come Stallone e Schwarzenegger, Chris con i suoi fratelli si da al bodybuilding e al powerlifting per diventare più forte e più grosso. Sarà solo passati i venti anni, grazie a scandali sportivi e di costume, che scoprirà che i suoi beniamini hanno costruito i propri fisici anche grazie a sostanze dopanti. Da qui la decisione di fare un documentario sul doping e interrogarsi sul perché le persone decidano di doparsi e su come siano rappresentati gli atleti e gli eroi di azione. Se Sean Connery, che è stato culturista, era abbastanza prestante da poter essere James Bond, come mai ora il suo fisico sembrerebbe mediocre ai più? Sono domande e riflessioni che Chris si pone e lo portano a guardare al cinema e alla tv come parti integranti nella creazione delle aspettative del pubblico per quanto riguarda l’aspetto dell’eroe. E torniamo a Swarzennegger e al suo Conan.

Arnold è stato un personaggio fondamentale nel plasmare l’iconografia dell’eroe d’azione e ci è riuscito partendo da lontano, diventando, prima che un divo del cinema, il volto del bodybuilding. La sua personalità over the top è stata parte integrante del successo della disciplina del culturismo, che grazie a lui passa da hobby per una nicchia di persone appassionate a fenomeno mainstream e industria multimilionaria. Arnold diventa il prototipo del bodybuilder, il traguardo che tutti quelli che sollevano pesi vorrebbero raggiungere e superare. Il documentario Pumping Iron, di cui è protagonista con Lou Ferrigno (altro fisico da fumetti, l’uomo che interpretò l’incredibile Hulk in televisione), lo rendono un volto noto al grande pubblico. Quando arriva a interpretare Conan sembra quasi che i (pochi) panni del barbaro gli stiano stretti non solo letteralmente ma anche come idea: se oggi pensando a Conan ci viene in mente un ammasso di muscoli lo dobbiamo ad Arnold, al suo carisma, al suo essere bigger than life e probabilmente anche bigger than fantasy. 

Disegnato da Sal Busema & Alfredo Alcala 1970
Disegnato da Claudio Castellini 1997




















Se il cinema ha visto questa esplosione di muscoli, il fumetto non è stato a guardare e il mio pezzo sfrutta questa progressione muscolare come filo rosso per raccontare in che modo la vita editoriale a fumetti di Conan si sia evoluta non solo nei contenuti ma anche graficamente. Nel mio pezzo mi concentro nel raccontare in che modo Conan è arrivato in Marvel (ed è stato un arrivo un po’ rocambolesco per cui dovete ringraziare Roy Thomas e la sua spregiudicatezza) passando poi per DC Comics e Dark Horse, ma è anche un modo leggero per sottolineare come l’aspetto visivo e l’idea stessa del personaggio siano evoluti negli anni divenendo, nella cultura popolare, qualcosa di simile ma molto diverso rispetto all’idea originaria creata da Howard. Stessa riflessione che si trova anche nel pezzo in cui vi parlo di Wonder Woman e che si lega alla mia idea personale dei personaggi seriali: non esiste un’unica versione vera di un personaggio seriale, ma tante quanti sono gli autori che l’hanno raccontato. Compresi, nel caso di Conan, quegli autori che ne fecero un fumetto non autorizzato per l’editoria messicana a partire dal 1952. Se siete curiosi di approfondire, vi tocca leggere la Guida alla letteratura fantastica. 


Quindi alla domanda “Come funziona il tuo lavoro?” io spesso non so rispondere in maniera concisa perché quasi ogni cosa io scriva nasce nella maniera più disparata. Chi lo avrebbe mai detto che un documentario sugli steroidi mi sarebbe tornato utile, a distanza di anni, per trovare la chiave di lettura comoda per scrivere di Conan?


Vi lascio con un estratto da Bigger Stronger Faster in cui viene mostrata l’evoluzione del fisico dei GI Joe. E nel caso il doping sia un argomento che vi interessa vi invito a guardare il documentario, è davvero interessante.